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lunedì 10 ottobre 2011

Un nuovo inizio

Eccomi qua, di nuovo, dopo la fine della tempesta. L'aria serena – anche se qualche ramo spezzato dall'uragano si percepisce ancora – mi spinge a ricomparire sull'agorà mediatica del web. Per dire cosa? Non certo per piangere davanti a un personal computer, ma per parlare e raccontare le cose che mi piacciono. Un po' Amélie Poulain, che all'inizio del suo Favoloso mondo racconta cosa le piace, vorrei raccontare amori e passioni di questo Simonide un po' sognatore. E una delle sue grandi passioni – non s'era capito – è la poesia greca arcaica: e, allora, eccovi una mia traduzione del cosiddetto primo partenio d'Alcmane, poeta spartano di 2700 anni fa.


Esiste un castigo degli dèi:
felice chi lieto
passa la vita
senza pianto; io, per quanto mi riguarda, canto
lo splendore di Agido, vedendola
come fosse il sole che appunto per noi
Agido invoca
che si mostri; ma né che io la lodi
né che la biasimi l’illustre corega
permette in nessun modo, poiché ella sembra allo sguardo
così insigne come se qualcuno
in una mandria ponesse un cavallo
impetuoso, vincitore, dai piedi risonanti
degno di sogni alati.
Forse non vedi? Da una parte, il corsiero
enetico; dall’altra, la chioma
di mia cugina
Agesicora rifulge
come oro puro;
argenteo è il viso,
perché devo parlare chiaramente?
Questa è Agesicora;
ma Agido, seconda per bellezza,
come un cavallo colassio dietro a uno ibeno correrà:
le Pleiadi, in effetti, gareggiano con noi,
che portiamo alla Mattutina un velo
attraverso la notte ambrosia, poiché esse
innalzano l’astro Sirio.
Non esiste, infatti, una tanto grande abbondanza di porpora
che possa tenerci lontane (dal compiere il rito)
né un variopinto bracciale
tutto d’oro, né una mitra
lidia, ornamento di ragazze
dallo sguardo di viola,
né queste chiome di Nannò,
ma neppure Areta simile agli dèi,
né Tilaci e Cleesitera,
né, andata da Enesimbrota, dirai:
«fosse mia Astafide
e mi rivolgesse uno sguardo Fillila
e Damareta e Iantemide»:
ma è Agesicora che mi tormenta,
poiché Agesicora dalle belle caviglie
non si trova qui,
ma sta vicino ad Agido
e approva la nostra celebrazione.
Ma le loro preghiere, dèi,
ricevete: degli dèi, infatti, è il compimento
e il fine. Corega,
potrei dire, io stessa,
che sono una ragazza, ho gridato invano da una trave
come una civetta; ma io alla Dea dell’Aurora soprattutto
desidero piacere, perché delle fatiche
per noi fu rimedio;
ma è grazie ad Agesicora che le ragazze
raggiunsero la pace amabile;
in effetti, come all’animale da traino
   ]…
così è necessario al timoniere
in una nave soprattutto obbedire;
ella delle Sirene
più melodiosa [
perché sono dee, al posto di [
di fanciulle dieci [
canta [come sulle] correnti dello Xanto
un cigno; ella, con la bionda chioma che suscita desiderio

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